Caro Paolo. Ora, chi ti ha di fronte vede un affermato ingegnere, pieno di interessi, amante della musica, e con una calma interiore invidiabile, se pensiamo che non hai neanche quarant’anni. Un po’ di anni fa però le cose erano diverse. Avevi appena preso consapevolezza della tua omosessualità, eri proprio giovane, e forse più ingenuo (ce lo spiegherai tu stesso!) e ti sei lasciato andare in braccia non fidate.

Innanzitutto grazie e complimenti per questo spazio. Sì, io una quindicina di anni fa ho vissuto una relazione dolorosa con un mio coetaneo. Mi trovavo in un periodo in cui avevo da poco preso consapevolezza della mia omosessualità ed avevo sperimentato solo il lato “sessuale” con gli uomini, non affettivo. Mi mancava quello, e stavo in qualche maniera ricercando quello. Volevo capire come fosse vivere un sentimento ed una relazione di affetto reciproco con una persona del mio stesso sesso. Volevo andare oltre, nella mia seppur inesperienza e curiosità. Quindi, banalmente, mi sono iscritto ad un’applicazione di incontri. E’ molto frequente nel mondo gay, e nella realtà piccola del mio paese era forse l’unica possibilità più comoda per poter ampliare le mie conoscenze in questo senso. E’ in questa applicazione che conosco Riccardo. Ci scriviamo qualche messaggio, nella norma, e decidiamo di vederci di persona per conoscerci, nel paese dove viveva lui. La prima uscita era stata davvero strana. Non mi era mai capitato di trovare una persona che mi portasse in giro, che mi spiegasse tanti aneddoti del posto, e con cui ci fosse una piacevole sintonia simile. Avevo avuto una buona impressione, ero felice, ma, un po’ per come sono fatto io, ed un po’ per un normale “andare con i piedi di piombo”, rimanevo sulle mie, come è sano che sia. Beh, dopo quell’uscita lui ha iniziato a scrivermi messaggi continui, ogni giorno, frequentemente: ci sentivamo sempre. Aveva meravigliose parole per me, era presente, aumentava in me la curiosità di sapere sempre più di lui, e trovavamo ritagli di tempo per incontrarci, nonostante non fossimo dichiarati nessuno dei due.

Da quello che trapela, sembra tu sia stato oggetto di un love bombing da manuale.

Sì. Riccardo aveva degli atteggiamenti molto adulanti. Spendeva tante parole di apprezzamento verso di me, soprattutto riferite all’aspetto fisico, quindi quanto fossi bello, quanto lo attirassi, ma parlava anche in un modo molto allusivo circa quanto la nostra relazione fosse un qualcosa di nuovo, di unico, di mai avuto prima, perfino che io ero stato il primo con cui lui aveva avuto esperienze sessuali. Io, dal lato mio, che in quel periodo avevo la voglia e la necessità di scoprire qualcosa di diverso e che andasse oltre il lato solo sessuale, avevo trovato colui che pensavo fosse l’uomo giusto, qualcuno che soddisfacesse le mie aspettative.

Spesso chi è vittima di personalità simili afferma che dei segnali impercettibili che qualcosa non vada in realtà ci sono sempre, ma forse non li si vuole vedere. E’ successo anche a te?

Decisamente sì. I segnali che qualcosa fosse strano ce li avevo, ma non li ascoltavo. Per esempio percepivo, a volte, sottilmente, che era eccessivo quello che mi diceva, che erano eccessivi i complimenti che mi rivolgeva. Oppure, un altro esempio è che spesso ero io che dovevo chiedergli di vederci perchè lui non me lo chiedeva quasi mai, si faceva desiderare, ed io non capivo in realtà cosa volesse da me. Cioè, mi tampinava di messaggi, mi riempiva di belle parole, ma al dunque sembrava come se volesse tenermi sulle spine per le prossime volte in cui ci saremmo visti. Detto in breve, è come se le parole spropositate non coincidessero con i fatti. Una volta mi disse anche “eh, se tu fossi stato una ragazza, ti avrei portato subito a conoscere i miei”, come se fossimo prossimi alle nozze! Ed io ci rimasi anche un po’ così, mi sentii ferito, perchè mi sentii “sbagliato”. Oppure ti faccio un altro esempio ancora. Nella sfera per così dire “intima”, di gesti, di calore umano ecco, avevo la sensazione che a lui importasse solo ricevere. Spesso mi diceva “E che un bacio non me lo dai?”: richiedeva, voleva, ed io finivo per sentirmi una persona fredda che non sono mai stata. Eppure, dopo queste piccole e sottilissime avvisaglie, non capivo razionalmente, non sentivo le mie sensazioni profonde, non decidevo di interrompere, e la storia continuava.

Quando è che le cose sono cominciate a cambiare? Potresti essere in grado di stabilire un periodo, o anche un momento zero, in cui non era più l’idillio iniziale, oppure ci sei scivolato senza accorgertene?

Un punto zero non saprei individuarlo bene, perchè, ripeto, tanti indizi chiari, alcuni dei quali prima ti ho descritto, li avevo fin da subito sotto gli occhi, ma siccome sono una persona talmente abituata a vedere il bello nelle cose, quelle mancanze, quei dettagli poco chiari non li vedevo, o meglio, passavano in secondo piano dentro a quel mare di parole, promesse. Forse ho cominciato a farmi qualche domanda, ma proprio a livello non ancora molto consapevole, quando notavo che lui non mi parlava molto di sè tanto quanto io parlassi di me. Per esempio, in tutto il tempo in cui lui non era con me, io non sapevo mai cosa facesse. Pensandoci ora, dopo tempo, mi rendo conto di come io di lui sapessi proprio poco, perchè tutto quello che faceva, escluso quando stava con me, era molto vago. Diciamo che questo è il primo campanello reale. Poi il secondo campanello si è acceso quando lui si è trasferito a lavorare in una cittadina dall’altra parte d’Italia: grandi parole, “mi manchi”, ma di fatto non sapevo nulla di nulla di lui. Mi dedicava solamente il quarto d’ora di pausa pranzo per parlare al telefono, perchè mi diceva che la sera non poteva parlare in presenza dei coinquilini con cui non era dichiarato, e poi silenzio più totale. Era il quarto d’ora più desiderato e sofferto della giornata. Mi sentivo impotente, mi sentivo un burattino attaccato ai suoi fili, perchè era lui che gestiva ogni cosa. Mi aveva preso in ostaggio nella relazione. Ero dipendente da quelle telefonate, sentivo il ticchettio del tempo che passava e di cui non potevamo sprecare neanche un secondo. Piangevo, ad ogni telefonata. E non sapevo cosa fare, non sapevo a cosa pensare. A parole diceva di esserci sempre.

Cos’è che ti ha dato la forza di tagliare definitivamente con questa persona? Quando è arrivato il momento in cui il dolore ha superato la dipendenza? Sempre se questo momento c’è effettivamente stato.

Penso che la forza di tagliare definitivamente e il momento di dolore massimo coincidano, e li colloco nell’episodio in cui lo vado a trovare nella cittadina dove lavorava. Mi faccio chilometri e chilometri per stare con lui. Avevo prenotato una camera doppia in un albergo a qualche metro di distanza dal suo appartamento, perchè ovviamente speravo venisse a dormire da me. Beh, con qualche scusa piuttosto opinabile, sempre legata al suo non voler essere scoperto nella sua omosessualità, non è voluto venire a dormire in albergo insieme a me. Quella notte è stata terrificante. Mi sono trovato solo, in una stanza d’albergo, a chilometri e chilometri di distanza da casa mia, e a qualche metro di distanza da casa sua. Avevo cercato di parlare con lui riguardo alle sue assenze, volevo capire se lui fosse davvero innamorato, volevo placare il mio dolore dell’essere appeso alle sue telefonate sterili e al mio sentirmi vuoto. Niente. Nessuna concreta risposta. Un viaggio fatto chissà per cosa. Il giorno dopo ci vediamo. Gli dico “ti amo”. Ero pieno di speranza di risolvere il tutto, avrei fatto e detto qualsiasi cosa. Lui mi guarda con occhi spaesati e penosi. E allora io capisco. Avevo capito che non c’era più motivo di continuare. Dopo quell’episodio non ci siamo più visti, ma lui ha continuato a scrivermi per mesi e mesi, nonostante io non gli scrivessi più. Ogni messaggio era una tortura per me. Era un risprofondare nel dolore, nella paura, nella sofferenza. Ma poi ad un certo punto mi sono fatto forza e ho attuato e mantenuto il no contact. Dovevo farlo. E non mi sono mai più guardato indietro.

Deve essere un orgoglio per te, e sono sicura che lo è. Vista questa grande turbolenza dell’anima, presumo tu ti sia fatto delle domande. Nel caso fosse così, ti sei dato delle risposte circa il perchè sei caduto in una trappola simile? Pensi che possa entrarci il tuo periodo di “cambiamento e confusione”?

Mi sono scavato a fondo, ed ho cercato di darmi delle risposte. Sono arrivato alla conclusione che in quel periodo fossi in una fase particolarmente recettiva per un tipo di persona manipolatoria del genere. Non credo c’entrasse più di tanto la questione dell’omosessualità. Ero abbastanza sereno su questo, mi stavo aprendo con i miei amici, avevo ben intrapreso la mia accettazione. Invece, al contrario, penso che io sia caduto in queste braccia “accoglienti ma pericolose” a seguito del rapporto non semplice che io ho avuto con mio padre. C’è sempre un qualcosa di profondamente irrisolto se si incappa in personalità di questo tipo. Mio padre aveva forti tratti narcisistici ed era venuto a mancare circa sei anni prima che io conoscessi Riccardo. Non avevo risolto tante cose, prima di vivere questo baratro sentimentale. Dovevo ancora fare pace con mio padre e con la sua perdita. Forse, se non avessi vissuto tutto questo, ancora starei su una piacevole superficialità, ma non avrei la solidità che ho ora.

Trapela, oggi, la sensazione che tu sappia cosa vuoi dalla vita e dalle persone. Sembri sereno. Si può dire che ti senti in qualche modo di “ringraziare” questa esperienza?

Sì, in qualche maniera sì. Anzi decisamente. Questa relazione mi ha permesso di vivere il lutto di mio padre. Mi ha permesso di affrontarlo. Era un qualcosa di talmente grande da vivere, per me che ero piccolo, che non mi ero mai concesso di affrontarlo a pieno. Non ero mai esploso. Mi ero chiuso dentro ai doveri della mia vita da studente, che adempievo, tutti, in maniera impeccabile. Quello che volevo, facevo, e riuscivo anche alla grande. Non poteva continuare sempre così. Dovevo in qualche modo scoppiare, e questa relazione ha contribuito a questo. Quando la storia con Riccardo ha cominciato a scricchiolare io sono caduto, mi sono perso, non riuscivo a studiare, non riuscivo a concentrarmi, mi sentivo mentalmente prosciugato dalla sofferenza, dalla dipendenza, da lui. Non avevo più l’entusiasmo per me stesso, per la mia crescita professionale, per la mia crescita personale. Mi sentivo una nullità. Ma senza questo baratro non potrei essere ora ciò che sono. Amo il mio lavoro di ingegnere più di qualsiasi altra professione, vivo una sana relazione con un uomo stupendo da ormai qualche anno, sono pieno di tutto ciò che mi piace, e sono felice.

E’ meraviglioso sentire queste parole, Paolo. Dai forza a chi si sente in bilico, e svuotato, come lo eri tu. Ti senti di dire qualcosa a ragazzi che si trovano nella situazione in cui anche tu ti sei trovato?

Mi sento di dire di fermarsi un attimo a pensare: chi sono io? Che cosa sto facendo per me stesso? Cosa voglio per me? Questi sono degli interrogativi incentrati su se stessi che, secondo me, a volte non ci poniamo, annebbiati dalla sofferenza e dalla ricerca di una soluzione nella relazione. Però in una relazione si è in due, e ciò che è importante è come si stia con se stessi. Quindi, ecco, l’importante è fermarsi e chiedersi cosa si vuole per se stessi nella vita. Io ho capito che volevo essere felice, che volevo costruire una mia professione, una mia dignità personale, e quella persona me la stava togliendo. Potevano esserci tanti elementi passionali, intriganti, ma niente valeva più della mia dignità, ed ho capito che sì avrei sofferto in quel periodo, ma poi avrei potuto trovare di meglio per me. Se si percepisce di non farcela da soli è normale, e in questi casi non c’è niente di meglio che rivolgersi ad uno specialista. Anzi, se posso permettermi, lo consiglio vivamente. Io stesso ho intrapreso un percorso terapeutico, ed è stata una scelta preziosissima. Gli amici, gli affetti veri, sono importantissimi, ma hanno dei normali limiti. Comunque, già essere consapevoli è la chiave. Essere consapevoli di se stessi, essere consapevoli di pericoli in cui si può incappare, per capire poi quello che sta succedendo, è già un inizio per riprendere l’orientamento quando si sta in balia del tormento delle onde.

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