Questa è un’intervista un po’ particolare. Non intervisterò Stefania sulla sua storia “para para” con il suo narcisista, con tempistiche, fasi tipiche dell’abuso e via dicendo, ma voglio andare a fondo con lei su alcune dinamiche ricorrenti che le logoravano l’anima, attuate da quello che allora era il suo partner. [Ovviamente le mie intervistate prima mi accennano qualcosa della loro storia e poi io elaboro l’intervista]. Stefania è una donna di 34 anni con una chioma bionda foltissima, professoressa di storia e geografia al liceo classico e sceneggiatrice di spettacoli amatoriali di teatro. Per quattro anni, nei mesi successivi alla sua laurea, vive una storia di costante violenta psicologica da parte di Matteo. Stefania esordisce dicendomi: “Se dicevo poco poco una parola fuori posto, o se facevo un sorriso in più, o se mettevo una scarpa alta, o se ero più espansiva di lui con amici, parenti e conoscenti, mi triangolava con se stesso”. Mi ha incuriosito questa frase. Ed ho deciso di andare più a fondo.

Cara Stefania, ti lascio campo libero, tanto con le parole ci saprai fare, visto che sei una professoressa di lettere e sceneggiatrice! Raccontaci qualcosa in generale della tua storia, prima di arrivare al nocciolo che in questo articolo ci interessa particolarmente.

Francesca, grazie per la possibilità. E grazie per il lavoro professionale ed immensamente umano che fai. Io sono Stefania, sono una donna che, come tante, ha dovuto riassemblare i pezzi di un cuore rotto e di un’identità rotta a seguito della relazione con il mio narciso, Matteo. Anni fa ormai, mi ero laureata, a pieni voti. Ero stremata dopo l’ultima sessione di esami e la fine della stesura della tesi, ma ero una bomba di felicità e soddisfazione. Ero forte, “luminosa” come scrivi spesso tu, ero soddisfatta di me stessa. Avevo una forma fisica da impazzire, ed ero pronta a fare una vacanza spensierata con le mie amiche in Spagna. E’ lì, che il primo giorno di vacanza, incontro Matteo. L’uomo perfetto. Perfetto in tutto, nei modi, in come fisicamente lo avevo sempre desiderato, in ciò che diceva, ed anche sorprendentemente nel luogo dove abitava, perchè Matteo viveva, già da solo, a quindici chilometri da casa mia, in Lombardia. Quella settimana da che doveva essere la settimana di perdizione con le mie due amiche, era stata la prima vacanza di me e Matteo. Il paradiso. Un paradiso che sorprendentemente, tornati in Lombardia, continuava a gonfie vele. E soprattutto perchè era lui che faceva di tutto per farlo continuare. Il classico love bombing, Francesca. Inutile che te lo racconto tutto. Veniva quasi tutte le sere sotto casa mia, e dopo una settimana che eravamo tornati aveva voluto conoscere i miei, e dopo un mese io mi ero trasferita a vivere da lui, pur ancora non lavorando ma dando ripetizioni di latino qua e là. Per 8 mesi circa, era stata una convivenza felice, seppur alcuni segnali ambigui ci fossero, ma poi è cominciata una lenta degenerazione, fatta di comportamenti vendicativi che non riuscivo chiaramente a vedere e che subivo, subivo e subivo.

Ed immagino che fosse cominciata ampiamente anche la fase di isolamento dai tuoi cari.

Oh sì. Non andavo mai a trovarli. Non ne sentivo l’esigenza. Quando ero a casa con lui avevo tutto ciò di cui avevo bisogno. Aveva monopolizzato il mio cuore, i miei interessi. Lui è in informatico, e lavora quasi sempre a casa. Io le ragazzine delle ripetizioni le facevo venire a casa. Non mi andava neanche di spostarmi. Mi importava stare lì, a casa, con lui, alzare la testa e vederlo nell’altra stanza. Mi ero ridotta così. Da che ero una ragazza neolaureata, propositiva, con il mondo in mano, mi limitavo a prendere quelle venti euro dalle liceali e non studiavo neanche più per il concorso pubblico. Mi bastavano le supplenze, se fossero arrivate. Tanto io ero già felice così, a vivere con quel poco, e stare con lui. E forse neanche ci pensavo al futuro, alle responsabilità. Per ora andava bene così. Sono andata fuori domanda forse, ma il concetto è che sì, non vedevo più le mie amiche, i miei familiari, ma non perchè lui me lo avesse imposto, ma perchè io non ci pensavo, non mi andava, e mi stava bene prendere una pizza ogni tanto con sua sorella e il fidanzato, perchè comunque lei “faceva parte di lui”, oppure amici suoi e colleghi suoi, a volte anche donne. Tutto era diventato LUI per me.

Poi però le violenze psicologiche continuano. Lentamente, ancora lentamente, e poi man mano più accentuate, e più frequenti. E pur di rimanere, preferivi subire, giusto?

Sì, proprio così. Lui era strano. Inizialmente era solo strano e non saprei come spiegarlo nel dettaglio. Sensazioni. Forse, a seguito dei tanti tuoi articoli letti, penso che io possa darne il nome di “trattamenti del silenzio in presenza”. Mi parlava poco, non mi guardava negli occhi, era come se io fossi un accessorio, più che una persona con cui colloquiare. Non lo sentivo, a livello di sensazioni. E’ strano da spiegare.

Ti sei spiegata benissimo. Continua pure.

Lui è un pezzo grosso nel suo settore. E’ molto social. E’ molto seguito. Ma io non penso lo fosse solamente per le sue abilità. Lui era molto seguito perchè è un uomo bellissimo, alto, prestante. E le influencer che lo seguono sono tante. Lavora spesso con loro, non so bene in che modo, non me ne intendo di informatica, di digitale, e di queste cose qui. Ma questo mondo ha cominciato ad essere un’arma affilata per colpirmi ogni volta in cui, per qualche oscuro o stupido motivo, io disattendevo le sue aspettative. Anche le più banalissime aspettative. Ed allora comincia il calvario.

Facci qualche esempio.

Una volta, erano venuti a cena la sorella, il compagno della sorella, ed altre due coppie di amici loro, che ormai io conoscevo abbastanza bene. Era stata una piacevole serata, avevo cucinato io. Non me la cavo male ai fornelli! Ero in forma, quel giorno ero particolarmente positiva. Dopo la serata, se ne vanno tutti e lui comincia a rabbuiarsi e ad attaccarmi. Mi dice che facevo troppo la “carina” con loro e si vedeva che lo facevo apposta. Mi dice che avevo preparato troppo da cucinare ed era una cosa ridicola, come se dovessi dimostrare chissà cosa, infatti uno dei nostri “amici” mi aveva detto: “Ma quanto hai cucinato!”, ma sembrava lo avesse detto in un modo carino ed affettuoso, in realtà. Anzi, ero lusingata. Matteo invece me lo aveva rigirato nel senso che ero una sborona. Ma il punto focale della discussione era che ero stata troppo “forzata” a fare la carina con tutti, e a lui aveva dato molto fastidio. Si ammutolisce, si sbottona due bottoni della camicia di lino rosa che aveva addosso, bellissima, cangiante, e si fa un selfie con i capelli spettinati ed una smorfia davanti alla metà del dolce che era avanzato, e che avevo PREPARATO IO, e poi pubblica la foto su Instagram con un sondaggio rivolto alle donne. Non lo ricordo letteralmente, ma era tipo: “Dopo questa sacher, mi sbottono i bottoni dei pantaloni o mi sbottono tutto?”. Io sparecchiavo, caricavo la lavastoviglie, e lui sul divano tutta la tarda serata, Francesca credimi,ci sarà stato due ore, a guardare le visualizzazioni, a rispondere alle influencer che gli commentavano, e a scrivere messaggi a chissà chi, mentre con la coda dell’occhio mi guardava. Potrà sembrare una cazzata di episodio, ma il modo in cui lo si vive e lo si subisce arreca un dolore non immaginabile. Mortificazione. Svilimento. Lui mi colpiva con il suo essere “ammirabile”, desiderabile. Non ero tanto gelosa delle altre, ero gelosa di come lui amava mostrarsi. E lui lo sapeva.

Non è una “cazzata di episodio”, Stefania, perchè non è tanto importante l’episodio in sè, quanto le intenzioni che ci sono dietro e l’effetto che azioni del genere portano, nonostante siano invisibili, non dimostrabili e, raccontandole (a chi non sa nulla di narcisismo o è superficiale) apparentemente innocui, ed anzi, che portano a pensare (a chi, ripeto non sa nulla di narcisismo o è superficiale o è manipolante) è la vittima che sta esagerando perchè “troppo sensibile”. Nulla di tutto ciò. Abusi sono anche questi, perchè “silenziano” la voce di una persona, silenziano la sua voglia di controbattere, silenziano le sue pretese. E man mano indottrinano al lamentarsi di meno, al comportarsi come il narcisista vuole, al “fare meno la carina” la prossima volta, e via dicendo, pena il suo ignorarti e triangolarti con le influencer di turno, che gli commentano se sbottonare i bottoni dei pantaloni o tutti i bottoni pure della camicia. Il racconto della Puglia, che mi avevi accennato, mi ha atterrito particolarmente, in quanto emerge chiaramente il modo in cui lui ti triangolava con se stesso. Ti va di raccontarcelo?

Certo che sì. Ancora mi provoca dolore riviverlo con il ricordo, lo ammetto, perchè forse è stato l’episodio di triangolazione “multipla”, oserei dire, che più di altri mi ha lacerato l’anima. Ero una sofferenza che camminava quella sera. Eravamo con una coppia di amici, ed un’altra coppia conosciuta lì in vacanza. La cena te la accenno solamente: era stata una triangolazione imbarazzante. Entra nel ristorante (anzi era all’aperto), una donna prorompente, appariscente, labbra a canotto, sguardo perso da gatta morta e si siede con altre persone al tavolo accanto al nostro. Una serata intera lei a fissare Matteo e Matteo a fissare lei. Imbarazzante, Francesca. Ed io non potevo fare finta di niente. I minuti passavano, le mezzore pure. Io a volte mi avvicinavo a Matteo, ma lui niente, era scostante, ed educatamente mi respingeva. E gli sguardi continuavano. Mi era passata la fame. Volevo morire. Lui si alza in piedi, sotto al gazebo del ristorante all’aperto, impalato di fronte a lei, a chiacchierare con i nostri amici, disinvolto, e con la cresta alzata di chi vuole farsi vedere, di chi voleva farsi vedere da lei, lei che lo guardava ammaliata e vogliosa. Io esplodo, vado in bagno a piangere. Non ero riuscita a trattenermi. Paghiamo, usciamo e nelle stradine pugliesi glie ne dico di ogni. Litighiamo e litighiamo. Erano gli sgoccioli della nostra storia, quelli in cui il narcisista ti vuole scartare e ti induce alla follia, ai litigi, a farti vedere da tutti paranoica, instabile, visionaria. Il bello però non è ancora arrivato. C’era un concerto amatoriale in una piazzetta del paese, vicino al mare. Ci mettiamo a sentirlo. Io gli inveivo, gli chiedevo spiegazioni, gli dicevo che era stato spudorato, che mi aveva arrecato dolore. Lui negava e non parlava. Durante il concerto NON PARLAVA e NON MI GUARDAVA. E si manteneva a distanza da me, dall’altra parte della piazzetta. Il dolore mi dilaniava. Mi avvicino a lui, gli chiedo scusa e che ho bisogno che parliamo con toni civili e pacati, ma che io sto male. Non mi parla, non mi guarda. Allora dopo minuti e minuti di quel concerto di canzoni belle che per me erano mute, decido di allontanarmi e prendere una boccata d’aria tra i negozietti del paese ed uscire dalla piazza. Mi allontano, senza dirgli niente, cammino, da sola, per le luci di quei chioschetti deliziosi, ero morta dentro, affranta, sempre la stessa storia, ma almeno ero forte del fatto che io me ne fossi andata e che lui mi cercava con lo sguardo quando mi vedeva essere andata via. Venti minuti di solitudine che non era solitudine quando camminavo da sola in giro lì, torno nella piazzetta, e che cosa trovo? Cosa trovo Francesca? Matteo stava cantando al microfono con la band che stava cantando e suonando, DAVANTI A TUTTI, bello come il sole, un pavone, sicuro di sè e un po’ meno delle sue doti canore, ma al centro di tutto e di tutti. Mi vede arrivare, mi guarda un istante. E poi non mi guarda più. Mi aveva colpito. Ero una persona morta, Francesca. Morta clinicamente. Ho sentito il pugnale nel petto, nello stomaco. Prima avevo osato fargli notare che lui si guardava con un’altra, avevo sbroccato, chiedevo spiegazioni, ed ora allora dovevo essere punita. E lui sapeva bene come punirmi. Ero una persona morta. E la serata è finita così. Con un silenzio punitivo durato fino alla tarda mattinata successiva. Ero gelosa di lui, gelosa marcia. Gelosa dell’amore patologico che prova per se stesso, per la sua immagine, per l’effetto che può suscitare negli altri. Mi ci è voluto di tempo per capirla questa dinamica, e i tuoi articoli sono stati essenziali per me per arrivarci. A qualcuno dei nostri amici provavo a dirlo che lo aveva fatto apposta, che voleva farmi del male. Loro mi rispondevano: “Gli piace questa canzone. Gli piace cantare. Lo sai come è fatto”. Proprio perchè IO so come è fatto, so che voleva farmi del male. Ma nessuno mi credeva. Nessuno ancora mi crede.

Gli abusi psicologici sono così. Sono invisibili e talvolta portano alla vittima la frustrazione di non essere creduta, di VEDERE LORO NITIDAMENTE l’abuso, la violenza, i quali (abuso e violenza) non vengono però colti dalle altre persone, anche se sono ad un passo da loro, anche se ti conoscono “bene”, perchè le violenze psicologiche non si possono fisicamente toccare, non sono dimostrabili, talvolta ahimè non sono punibili, non lasciano lividi sulla pelle, ma li lasciano dentro al cuore, e dentro alla testa che modifica il suo assetto per poter sopravvivere dentro a cotanta manipolazione, distorsione della realtà e RICATTI MORALI. Perchè questi sono anche ricatti morali, della serie: “Se tu osi farmi presente le cose, sbroccare alle triangolazioni (come in realtà io voglio), se tu osi chiedermi spiegazioni, se tu osi non permettermi di essere libero di flirtare, e di fare ciò che voglio, se tu mi fai vedere il mostro che io sono perchè ormai mi hai scoperto, io ti punisco, e ti punisco con i punti deboli che so che tu hai e con i punti deboli che tutti in linea di massima hanno, uno fra tutti ti faccio vedere come io sia splendente, al centro di tutto, di come tu non meriti di avermi, e di come tutti e TUTTE coloro che mi guardano mi desiderino, mi apprezzino, pensino ‘che figo questo, quanto è bello, quanto lo vorrei'”. E tu chiaramente ci caschi, perchè qualsiasi persona UMANA che abbia un’anima e un cuore, si sentirebbe pugnalata.

E’ così. Mi sono sentita pugnalata, e non solo un colpo secco. Un colpo secco ed il pugnale che mi rimaneva lì, nel corpo, conficcato. Ero immobile dentro ma al contempo ribollivo di rabbia, di senso di ingiustizia perchè io sì che sapevo lui com’era (e ancora non avevo coraggio a lasciarlo, lo ammetto). Mi sentivo un ammasso di rabbia bloccato, immobilizzato e conficcato da quel pugnale. Mi sentivo così, e mi ci sono sentita per tutta la sera, per tutta la notte, per tutta la mattina quando siamo andati a dormire e lui si è girato dall’altra parte nel letto. E di situazioni così ce ne sono state a centinaia, in quattro anni che siamo stati insieme, tra alti e bassi e allontanamenti e riprese. Quattro anni, Francesca. Renditi conto. Da che ero una ragazza in salute, con un seno prosperoso, e guance in salute, in quattro anno ho perso 10 chili ed ero invisibile. Fisicamente sembrano tornata una bambina, ero uno scricciolo. Situazioni del genere, di triangolazione con stesso, come la chiami giustamente tu, non solo erano sempre presenti, ma aumentavano di frequenza inesorabilmente. Un’altra volta eravamo andati ad una festa all’aperto, io, lui, una nostra amica ed amici di lei, con cui avevamo fatto amicizia lì per lì. Era estate, ma quella sera faceva fresco. Io ero così felice. Mi ero appena schiarita i capelli, una mia allieva con problemi di dislessia mi aveva appena comunicato che era stata promossa con nove in latino, ero semplicemente contenta di me, come stava cominciando a non succedere così frequentemente. Ed avevo un vestito rosso scarlatto splendido, comprato con i saldi. Io lo sento subito quando lui comincia ad essere scostante. Il solito trattamento del silenzio in assenza. In quel periodo voleva allontanarsi, perchè avrebbe fatto un lavoro fuori a breve, di lì a qualche giorno, per un mesetto, e doveva scaricarmi dentro alla sua testa. Io mi avvicino a lui, balliamo insieme, cerco dei bacetti. Lui mi scansa, mi dice che non so ballare e che facciamo gli stessi giri e ad una certa basta. Si allontana e continua a ballare da solo come un invasato in mezzo alla pista fiorata del locale. Un invasato. Pensava di essere irresistibile, forse. E lo era. Perchè tutta la pista si circonda intorno a lui. Lui aveva una camicia gialla, quella sera. Era bellissimo, si muoveva benissimo. Ed anche io ero bella quella quella sera. Lo ero troppo. Ma lo capisco anche l’altro motivo per il quale comincia a pavoneggiarsi. Coda alta, e culo alto. Una decina di anni meno di me, ed anche meno di lui. Anzi anche di più. Forse non era ancora maggiorenne. Lei lo fissa. Vogliosa, anche lei. Bella, anche lei. Di quelle tipe che desiderano solo qualcuno che sia molto bello, alla loro altezza. Si guardano. Si guardano ancora, davanti a me che come una cretina cerco di muovermi decentemente e non impazzire. Quando lei cambia posizione della pista, anche lui si muove per avvicinarsi a lei, e quando lei si allontana per prendere un drink al bancone, lui si guarda intorno, non la vede, e diminuisce l’intensità del suo ballare come un invasato, perchè lei non c’è e può limitarsi dal tirare su la cresta del galletto che pensa di essere. Mi accorgevo di tutto, e non solo in questa serata, ma sempre, in ogni momento degli ultimi due anni della nostra storia, in cui avevo cominciato a conoscerlo bene. Capivo ogni ragione dietro le sue azioni. Tutti guardano lui. Lei guarda lui, e lui guarda lei. La sofferenza e l’IMPOTENZA che provavo era inquantificabili. Lui era sempre stato mio, insomma il mio uomo, l’uomo con cui vivevo, con cui condividevo la quotidianità, con cui facevo l’amore, l’uomo che faceva coppia CON ME, ma in momenti simili lui era capace di generare in me una tale gelosia e rabbia ed anche invidia e “inarrivabile averlo” che non potevo non impazzire, piangere, inveire. Mi faceva ancora e ancora e ancora essere gelosa non solo delle altre donne con cui mi triangolava, ma anche con il suo essere trionfante e desiderato da tutti. Ero sempre uccisa in maniera multipla. Ti lascio immaginare cosa successe dopo. Stesso copione. Io che mi allontano e piango in solitaria, io che vado da lui e ci litigo, lui che mi incolpa di essere matta e visionaria, io che mi sento in colpa, lui che si ammutolisce, e la notte lui che si rigira dall’altra parte e mi ignora. La settimana dopo parte per il lavoro che doveva fare in Piemonte e sparisce per quel mese. Poi ritorna, e la convivenza continua. E via dicendo, la storia continuava. Uno stillicidio. Provo pena per me stessa. Ho dato in pasto 3 anni della mia vita al dolore e alla disperazione. Diciamo anche 4 anni, perchè l’anno successivo al mio forzatissimo, e ripeto forzatissimo, no contact, è stato altrettanto doloroso.

Trapela, chiarissimo, il dolore profondo di situazioni simili. E, usando un termine da te utilizzato, l’IMPOTENZA. Ci racconti brevemente come sei riuscita ad uscirne?

Ho cominciato ad andare in psicoterapia. Avevo provato il concorso per l’insegnamento ed ovviamente non lo avevo passato. I soldi cominciavano ad essere un problema. Mi arrivavano supplenze lontane e di massimo 4 giorni. Le vessazioni psicologiche da parte di Matteo diventavano insostenibili per la mia sanità mentale, al punto che inconsciamente ho cominciato a fare di tutto per essere scartata definitivamente. Mi arrabbiavo furiosamente per nulla, per sciocchezze, e non mi era così difficile farlo, visto che ero esausta. Non avrei avuto mai il coraggio di lasciarlo. Sapevo che non avrei avuto ancora la forza di gestire un ipotetico senso di colpa di lasciarlo, quindi ho deciso di portare io lui all’esasperazione. Gli facevo scenate di gelosia fondate ed infondate, con grande fervore, oppure gli controllavo il telefono e le mail e glie lo facevo notare, facevo proprio la fastidiosa, ma ormai non avevo più nulla da perdere, ero estenuata e avevo perso tutto. Avevo perso familiari, amici, libertà, sanità mentale, soldi, lavoro, forma fisica (visto che sfioravo i 50 chili), ed avevo voglia di vita. Mi lasciò ed io ne approfittai. Superare la dipendenza non fu poi così difficile, ma fu difficile il togliermi da dosso, a livello fisico, il cappio al collo della tossicità che da anni ero abituata a sopportare. Quello sì che è stato difficile. Mi portavo addosso fardelli di ansia, di controllarmi in ogni cosa dicessi o facessi. Ero abituata a vivere così. Ma poi con il tempo e con tanta psicoterapia sono riuscita a trovare un equilibrio. Dopo qualche anno, sono riuscita piuttosto bene a mantenere questo equilibrio. La mia grande fortuna, lo ammetto, è stata che lui ha cambiato casa e si è trasferito a circa 100 chilometri da dove vivo ora io. Questo ha contribuito. L’ho bloccato, ovunque, approfittando del suo lasciarmi. Lui è tornato tramite qualche scimmia volante come sua sorella, e un paio di nostri amici, e nei primi tempi ho vacillato, ma forse solo per curiosità di sapere cosa lui facesse, cosa lui pensasse di me, di noi, della situazione, ma poi subito ripensavo, anzi risentivo dentro di me l’angoscia giornaliera di quando stavo con lui e mi facevo forza e mi ributtavo dentro alla mia vita, specialmente allo studio. Ancora non sono un’insegnante di ruolo, ma sto ancora studiando tanto per il concorso che spero a breve ci sia. E sto accumulando punteggi in graduatoria, che mi sta dando opportunità anche più concrete e più lunghe di supplenza. Insomma, riesco a campare. Ed ho ripreso a collaborare con un teatro, uno nuovo della zona dove sono ora, e finora abbiamo realizzato qualche spettacolo per niente male!

Grazie Stefania, per la tua testimonianza. Lucida e profonda. Sei riuscita a farci capire con grande sensibilità e precisione ciò che una donna (o uomo in caso di narcisista donna) può arrivare a provare con episodi di violenza psicologica subdoli, quali quelli di triangolazione da parte di uomini egocentrici, egoriferiti, che usano la loro figura, la loro immagine e l’amore che loro, donne, provano per loro, per COLPIRE l’anima, la sicurezza, la fiducia, al lucidità mentale delle stesse vittime. E’ BENE CONOSCERE LE DINAMICHE SPECIFICHE ALL’INTERNO DEI MALESSERI CHE SI PERCEPISCONO ALL’INTERNO DI UNA RELAZIONE, PER RICONOSCERLI, PER CIRCOSCRIVERLI, PER NON SUBIRLI E PER NON DARSI COLPE QUANDO SI E’ IL BERSAGLIO!! MAI SENTIRSI IN COLPA! MAI SENTIRSI DIFETTOSI! MAI SENTIRSI INFERIORI ALLE PERSONE CON LE QUALI UN NARCISISTA TRINAGOLA O INFERIORI ALL’IMMAGINE FARLOCCA DEL NARCISISTA STESSO! E’ TUTTA MANIPOLAZIONE! E’ TUTTA…INSICUREZZA DELL’ABUSANTE, CHE L’ABUSANTE GESTISCE CON VIOLENZA E PREVARICAZIONE VERSO GLI ALTRI, E SOPRATTUTTO VERSO LA PERSONA CHE, PIU’ DI OGNI ALTRA, GLI VUOLE VERAMENTE BENE. Allontànati, ed ama primariamente te stessa. E poi chi merita il tuo amore.

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